“Il Natale è l’amore di Dio che si fa piccolo per entrare nel cuore del povero!” (D. Orione)

Carissime, Carissimi,

è il Natale del Signore! È il Natale di ogni donna e di ogni uomo di ogni luogo e di ogni tempo: di chi lotta per la vita; di chi soffre e di chi viene fatto soffrire;  di chi muore e di chi viene ucciso; di chi è povero e di chi viene reso povero; di chi è in patria e di chi è costretto a lasciarla; di chi viene privato della propria dignità di essere umano!

È il Natale dei bambini innocenti che anche oggi, anche in questa santa notte, l’Erode di turno vuole eliminare;  dei bambini mai nati e non voluti;  dei bambini sfruttati e deturpati;  dei bambini non amati dagli adulti;  dei bambini uccisi da mani criminali;  dei bambini resi infelici dall’avidità di potere, di gloria e di violenza!

In quei contesti, in queste persone, in questi bambini, Dio-Bambino fa udire il suo vagito:

È il vagito della speranza; È il vagito dell’amore; È il vagito di chi vuole essere accolto;  È il vagito dell’innocente;  È il vagito della vita.

È il vagito della promessa di Dioal suo popolo di ogni tempo: “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse… Perché tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva, la sbarra sulle sue spalle, e il bastone del suo aguzzino… perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio”. (Isaia)

È il vagito dell’amore redentivo:  “È apparsa infatti la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini… Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro” (Tito).

È il vagito di Dio annunciato dagli angeli ai pastori: “«Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore” (Luca).

È il vagito che sorprende i pastori:  “Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia» (Luca).

È il vagito del bambino che diventa adolescente, poi giovane, adulto ed anziano…ed è il vagito che, con gli angeli, proclama: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

(Ascolta la CANZONE di Alfredo Cristiano: PIANTO DI UN BAMBINO)

Carissime, Carissimi, impariamo ad ascoltare il vagito del bambino; educhiamoci ad ascoltare il vagito del bambino; accogliamo il vagito e capiremo il senso profondo e la bellezza della vita; accoglieremo e comprenderemo Colui che è la Vita, Gesù il Signore.

Impariamo da Maria e Giuseppe a non sprecare nessun attimo, a non tradire nessuna emozione, a non venir meno ad ogni premura e cura verso il vagito del Bambino…e avremo la PACE, perché Lui è la pace!

E sarà Natale…sarà un vero Natale…sarà un santo Natale! AUGURI!

(omelia della Veglia di Natale del Direttore Provinciale don Giovanni Carollo , FDP)

Mercoledì, 17 Dicembre 2025 11:18

Santo Natale 2025

Nel mistero luminoso del Natale, mentre contempliamo il Bambino deposto nella mangiatoia, la Parola di Dio ci ricorda che “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). È qui, nella semplicità e nella povertà di Betlemme, che Dio sceglie di incontrare l’umanità, portando una speranza che non delude.

Come annuncia il profeta: “Quanto sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace” (Is 52,7). Il Natale è proprio questo: un annuncio di pace, di salvezza e di gioia per tutti, soprattutto per i più piccoli, i poveri e i sofferenti.

San Luigi Orione, innamorato di Cristo e dell’uomo, ci invita a vivere questo mistero con concretezza evangelica:
“Fare del bene sempre, del bene a tutti, del male mai a nessuno”.
E ancora ci ricorda che “solo la carità salverà il mondo”, perché è la carità il volto più vero del Dio che nasce per noi.

In Gesù Bambino, Dio “dopo aver parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi”, oggi “ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Eb 1,1-2). Accogliere il Natale significa allora lasciarsi trasformare da questa Parola fatta carne, diventando anche noi segno di amore, di misericordia e di speranza.

Con l’augurio che questo Natale riaccenda nei cuori la fede, rafforzi la speranza e renda operosa la carità, sull’esempio di san Luigi Orione e alla luce del Bambino di Betlemme.

                                                                                          Buon Natale e un santo Natale di pace!

DAGLI SCRITTI DI SAN LUIGI ORIONE

 
 
Lunedì, 15 Dicembre 2025 10:48

Avvento tempo di attesa

Natale: tra sguardi e attese.

Il Natale ci introduce in una trama di sguardi e di attese, che attraversano i Vangeli dell’infanzia di Luca e Matteo e rivelano il modo in cui Dio entra nella storia. In questi racconti non troviamo gesti clamorosi, ma sguardi che imparano a vedere e attese che diventano spazio di incontro con Dio. La Parola cresce, infatti, con chi la legge e si lascia guardare da essa.

Lo sguardo: vedere l’altro e rivelare se stessi

Lo sguardo non è solo ciò che ci permette di vedere gli altri, ma è anche ciò che rivela il nostro volto interiore. Il modo in cui guardiamo racconta chi siamo, cosa abita il nostro cuore, come ci poniamo davanti alla realtà. Per questo il Natale ci educa a uno sguardo nuovo, trasformato dall’incontro con Dio.

Lo sguardo di Dio

Nei racconti dell’infanzia di Gesù lo sguardo di Dio è spesso sotteso, ma profondamente presente. È uno sguardo che si posa sull’umile e sull’ordinario: una giovane donna di Nazaret, un falegname, pastori ai margini della società. Dio non è attratto dall’eclatante, ma volge lo sguardo su ogni uomo, su ciascuno di noi.

Questo sguardo è amorevole e misericordioso e diventa per noi criterio di vita: insegna a guardare l’altro senza tener conto di ruoli, prestigio o grandezza sociale. Dio non guarda solo il cuore, come spesso si dice: va oltre il cuore, oltre ciò che siamo e sentiamo, oltre i nostri limiti e le nostre fragilità. Egli guarda ciò che possiamo diventare con Lui.

Lo sguardo di Dio si posa sulla nostra quotidianità: Zaccaria è nel tempio, Maria è nella sua casa. È lì che Dio entra, nell’ordinarietà della vita.

Lo sguardo di Maria e di Giuseppe

Maria e Giuseppe ci consegnano uno sguardo turbato ma credente. Maria conosce la promessa del Salvatore, ma non può immaginare che essa la coinvolgerà così profondamente. Il suo sguardo è quello di chi, pur non comprendendo tutto, interroga la realtà con la fede.

Anche Giuseppe vive uno sguardo inquieto, ma capace di conversione. Il suo “mentre pensava a queste cose” rivela uno sguardo che non giudica in fretta, ma discute con Dio ciò che non comprende. Il sogno diventa il luogo in cui Dio trasforma il suo sguardo.

Il Natale ci invita a passare dal “vedo e giudico” al “vedo e ascolto”, a chiederci: Come vuole Dio che io affronti questa realtà? È l’invito a guardare la nostra storia con Dio, lasciandoci convertire nel modo di leggere ciò che viviamo.

Lo sguardo dei pastori

I pastori ci insegnano che la fede non nasce da noi, ma da una chiamata che ci raggiunge. Il loro sguardo è quello di chi vede con occhi nuovi e non trattiene per sé ciò che ha incontrato. Diventa annuncio, condivisione, lode.

Lo sguardo credente riconosce il Bene e sente il bisogno di dirlo. Il Natale ci educa a trasformare lo sguardo in testimonianza, perché ciò che viene da Dio non può restare chiuso nel cuore.

Lo sguardo dei Magi

I Magi rappresentano uno sguardo che scruta i segni della storia. Sanno leggere ciò che accade e andare oltre l’apparenza. Dio parla attraverso la quotidianità, attraverso persone e avvenimenti: non solo nella preghiera, ma nella vita concreta.

Il loro è uno sguardo insieme intellettuale e spirituale, capace di riconoscere che il mondo è abitato dal divino. In quel Bambino essi riconoscono Dio, si inginocchiano e adorano. Il Natale ci invita a chiederci: Che cosa mi sta dicendo Dio in ciò che mi capita?

Il Natale come tempo dell’attesa

L’Avvento è il tempo dell’attesa, ma spesso abbiamo disimparato ad attendere. I protagonisti del Natale, invece, ci mostrano che l’attesa può diventare luogo di fecondità.

Zaccaria ed Elisabetta vivono l’attesa nella sterilità, che si trasforma in vita nuova. Non tutte le sterilità diventano fertilità, ma tutte possono diventare fecondità, se l’attesa è vissuta bene. L’attesa purifica i desideri, insegna la fiducia, educa ad accettare i limiti e a riconoscere che non tutto è sotto il nostro controllo.

Simeone e Anna ci insegnano la perseveranza nell’attesa, la capacità di riconoscere i piccoli segni di Dio nel tempo lungo della vita.

Esiste anche un’attesa bloccata dalla paura di sbagliare. Il Natale ci ricorda che l’errore può diventare apprendimento e che attendere significa anche esporsi al rischio di vivere. L’attesa fa crescere il desiderio, apre alla relazione, perché è sempre attesa di qualcosa che ha valore.

Uno stile di vita natalizio

Dai Vangeli dell’infanzia emerge un cammino concreto:

  • Zaccaria ci insegna il valore del silenzio interiore, necessario per comprendere.
  • Giuseppe ci insegna che non tutto si capisce, ma tutto può essere vissuto nell’amore.
  • Simeone ci insegna ad attendere nel tempo e a riconoscere i segni discreti di Dio.

L’attesa va riempita dando valore al presente, anche quando non coincide con ciò che avevamo immaginato. Va riempita di passi realistici, di progettualità possibile, di fiducia. Soprattutto, va riempita dell’altro e dell’Altro.

Così il Natale diventa una scuola di sguardo e di attesa, in cui impariamo a lasciarci guardare da Dio e ad attendere con Lui.

 

DOMANDE PROVOCAZIONI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE

Prenditi del tempo e analizza i tuoi sguardi, fai un esame di coscienza dell'ultimo periodo, focalizzati sugli ultimi giorni , scegli tu quali , ma fai questo esercizio scegliendo proprio di analizzare da un giorno ben preciso ad oggi.

Rifletti:

 Come è stato il tuo sguardo? Cosa ha prodotto il tuo sguardo? ( giudizio, compiacenza, piacere, ammirazione?) Su cosa ti sei concentrato e perché? Cosa cerchi: difetti ?pregi?

Prova a cercare, in ciò che guardi (persone, relazioni, situazioni , segni della presenza di Dio. Insomma, in ciò che guardi, chiediti cosa ti vuole direDio e scoprirai che in tutto quello che guardi Dio ti chiede qualcosa, ti insegna qualcosa, Dio ti parla.

Cosa fai quando non c'è niente da fare? (Quando c'è una coda da fare, un'attesa dal medico, prima di prendere sonno?  Cosa accade quando desideri una cosa che non ottieni subito o non ottieni? Cosa provi? Come gestisci prima la paura che non si avveri un desiderio e poi la frustrazione perché non si è avverato? Come gestisci emotivamente i tuoi fallimenti … i tuoi errori?

(appunti tratti dalla predicazione di don Antonio Mancuso, presbitero della diocesi di Palermo)

Oggi si sono conclusi i lavori della IV Assemblea di Verifica dell'ISO. Dopo aver partecipato con gioia alla preghiera delle Lodi insieme alla comunità del noviziato orionino di Brasilia — una celebrazione resa viva e universale dalla presenza di più lingue — le consacrate hanno vissuto un momento speciale di incontro con il Padre Provinciale, padre Jorge Henrique Rocha.

Ad aprire l’incontro è stata la Responsabile Generale, che ha offerto parole profonde e ispirate. Ha sottolineato come il carisma si alimenti nel dono reciproco, paragonando i membri della Famiglia carismatica a rami che traggono linfa dallo stesso tronco. Ha poi espresso sincera gratitudine per la calorosa accoglienza riservata alle sorelle durante la loro permanenza.

Il Padre Provinciale ha quindi presentato con passione e chiarezza la realtà della Provincia del Brasile, illustrandone la struttura, le sfide e le molteplici attività portate avanti con dedizione e spirito di servizio.

Tra i temi affrontati, si è dato spazio anche a una riflessione importante: la riservatezza delle consacrate secolari. Questa dimensione, prevista dalla Chiesa e ricca di significato, non è fine a sé stessa. È piuttosto una forma di presenza da vivere con prudenza e discernimento, sempre orientata alla missione evangelica.

La riservatezza negli Istituti Secolari non è un segreto da custodire, ma una modalità profonda e discreta di incarnare la consacrazione nel cuore del mondo. È ciò che consente ai membri di essere pienamente immersi nella società — nel lavoro, nella famiglia, nella cultura e nella politica — senza segni distintivi, ma con una presenza trasformante e silenziosa.

Gesù stesso nel Vangelo parla del lievito nella farina: un piccolo elemento nascosto che, pur invisibile, agisce dall’interno e trasforma tutto l’impasto. Questa immagine racchiude perfettamente la vocazione secolare: essere fermento di Vangelo nella quotidianità, senza clamore né visibilità, ma con autenticità e coerenza.

La riservatezza, dunque, non è anonimato né timidezza spirituale, ma un autentico strumento di fecondità evangelica. Permette di accedere a luoghi e situazioni che spesso resterebbero impermeabili a una presenza religiosa esplicita, diventando così segno del Regno di Dio anche nelle pieghe più nascoste della società.

Tuttavia, è fondamentale esercitare un discernimento attento. Non si tratta di nascondere sé stessi per paura o per conformismo, ma di scegliere consapevolmente una modalità di presenza che privilegi l’efficacia evangelica rispetto alla visibilità. In certi contesti può essere opportuno restare nel nascondimento; in altri, invece, è necessario esporsi e assumere incarichi che comportano maggiore esposizione.

È per questo che chi sente l’esigenza di custodire la propria riservatezza dovrà valutare con attenzione l’opportunità di accettare ruoli di responsabilità, i quali richiedono inevitabilmente una certa visibilità. La riservatezza, in ogni caso, resta sempre uno strumento al servizio della missione, mai un ostacolo o una giustificazione per sottrarsi ad essa.

5Radunateci attorno all’altare, abbiamo elevato il nostro grazie a Dio per quanto ha compiuto in questi giorni intensi, carichi di lavoro, di riflessione profonda, ma anche di serenità, gioia e autentica fraternità. È stato un tempo benedetto, in cui abbiamo camminato insieme, sorrette dallo Spirito e illuminate dalla Parola.

Durante la celebrazione della Santa Messa, la processione offertoriale è stata resa ancora più significativa da alcuni simboli, doni che le sorelle provenienti da diverse nazioni si sono scambiate. Un gesto semplice ma profondamente eloquente, che ha reso visibile quanto, nonostante le distanze geografiche, restiamo unite nel cuore, nella preghiera e nella missione.

Ogni simbolo portava con sé un frammento della nostra vocazione, del nostro cammino condiviso e della chiamata che ogni giorno ci è rinnovata:

  • La Regola di Vita, guida silenziosa ma potente, ci richiama a vivere da consacrate immerse nella realtà, fedeli al Vangelo e con lo sguardo rivolto al Regno.
  • Una borsetta, simbolo del nostro desiderio di leggerezza interiore: portare con noi solo l’essenziale, ciò che nutre lo spirito e ci rende libere per seguirLo con cuore indiviso.
  • Una campanella dal suono lieve, che ci invita a essere sempre pronte e disponibili alla chiamata del Signore, con gioia e generosità.
  • Una sciarpa ornata con i segni della nostra Assemblea di verifica, richiamava la Samaritana al pozzo, nostra icona ispiratrice: donna che si lascia incontrare e trasformare, per ripartire rinnovata nella missione.
  • Una corona del Rosario e l’immagine della Madonna Aparecida, segni della nostra preghiera quotidiana, semplice e fiduciosa, che ci unisce a Maria, donna forte e silenziosa, e ci radica nella comunione dei santi.
  • Una stoffa africana blu, simbolo dell’acqua viva che il Signore non smette di donarci e alla quale ci chiama a essere sorgente per gli altri, in ogni terra e circostanza.
  • Scatole con il volto di Cristo, il Volto che desideriamo rendere presente nel nostro mondo, con la vita, con le mani, con il cuore.

In questi simboli c’erano le nostre vite, le nostre fatiche, i desideri più profondi e la nostra lode. Erano offerta vera, concreta, quotidiana. Che il Signore accolga questi doni come sacrificio a Lui gradito, e ci renda testimoni gioiose e fedeli della Sua presenza nel mondo.

             

 

I lavori assembleari sono iniziati, oggi, con la meditazione offerta da don Fausto Franceschi,FDP, Assistente Spirituale Generale dell'ISO. E’ fuor di dubbio che il centro della vita consacrata è Gesù Eucaristia. Il Pane vivo disceso dal cielo è la fonte inesauribile di grazia, forza e identità per ogni consacrato. L’Eucaristia non è solo un rito: è Cristo stesso che si dona, si rende presente, ci unisce a Sé, trasforma la nostra offerta quotidiana nella Sua offerta redentrice.

Don Orione è esempio vivente di questa centralità: adoratore instancabile, vegliava di notte davanti al Tabernacolo, consumandosi in preghiera. Le sue ginocchia segnate rivelano più di mille parole: “Le opere di Dio si fanno con le ginocchia!”.

L’Eucaristia:

  • Alimenta la fede viva e rende Cristo presente nella nostra missione.
  • È fonte di unità fraterna, legame concreto tra i consacrati.
  • Dona forza per vivere i consigli evangelici: obbedienza (come Gesù nel dono totale di sé), castità (amore indiviso e fecondo), povertà (svuotamento e libertà per Dio).
  • Ci rende missionari anche nella debolezza, come dimostra il giovane e coraggioso Padre Antonio, che ha vissuto in pieno la sua missione sulla croce della malattia.

Senza Eucaristia non c'è vita religiosa: è la linfa, il centro, la fiamma dell’amore.

Essere consacrati è seguire Cristo sulla via della Croce. Non c’è vera sequela senza sacrificio. Come don Orione, anche noi sperimentiamo prove, fallimenti, fraintendimenti… Ma è proprio lì che Cristo ci plasma. “Togli la 'S' alla sofferenza, e diventa offerta.”

Le croci non si cercano, ma si accolgono. Ogni dolore, se unito a quello di Cristo, diventa redenzione per il mondo. La vita della consacrazione nasce e cresce ai piedi della Croce, come l’ha vissuta don Orione. Il dolore, come il retro di un ricamo, può sembrare disordinato. Ma guardato dall’alto, con gli occhi della fede, rivela un disegno di salvezza.

L’Eucaristia è fuoco che accende e la Croce è luce che purifica. Contemplare i volti di Gesù nell’Eucaristia e nella Croce significa entrare nella logica dell’Amore totale, che si dona e si sacrifica. Come ci ricorda San Giovanni Paolo II: “Il segreto dell’ardore spirituale è l’Eucaristia.” Consacrati all’Amore, torniamo ogni giorno all’altare: lì troviamo il senso della nostra vocazione, la forza per viverla, la gioia di donarla.

Al termine della meditazione, le consacrate hanno proseguito la loro riflessione approfondendo i temi dell’apostolato e del carisma

La mattina si è aperta con la meditazione di don Fausto Franceschi, FDP, dal titolo "Contemplare i volti di Gesù”. Incontrare Gesù non è un evento raro o straordinario, ma un’esperienza quotidiana possibile, anzi necessaria, per ogni cristiano. Papa Francesco ci ricorda che il nostro cammino di fede è autentico solo se attraversato dalla ricerca viva e personale di Gesù. Questo incontro avviene in particolare nella Parola di Dio, che non è solo un libro, ma una presenza viva, capace di riscaldare il cuore, come accadde ai discepoli di Emmaus.

Come loro, anche noi siamo spesso ciechi e delusi, incapaci di riconoscere Gesù accanto a noi. Ma è proprio nella scrittura spiegata e nel pane spezzato che i nostri occhi possono aprirsi. È attraverso l’ascolto della Parola e la preghiera che possiamo veramente “vedere” il volto del Risorto, oggi.

La Parola è vita che ci trasforma, è luce nei momenti oscuri, è acqua per l’anima assetata. Tuttavia, troppo spesso tra noi cattolici c’è una “sete ignorata” di Bibbia, una dimenticanza del suo valore quotidiano. Eppure, come dice san Girolamo, “ignorare le Scritture è ignorare Cristo”. Non possiamo amare chi non conosciamo.

Papa Francesco ci offre tre porte per incontrare Gesù:pregare, celebrare, imitare. La prima, la preghiera, nasce dall’ascolto della Parola. Senza di essa, anche lo studio e l'azione si svuotano. La preghiera di Gesù – fiduciosa, perseverante, umile – è il nostro modello. Gesù pregava per tutto e tutti, e ci invita a fare altrettanto: ad entrare nel mistero del Padre e ad intercedere per il mondo.

La Parola non è un testo da memorizzare, ma un dono da accogliere, meditare e vivere. Come diceva Don Orione, senza il Vangelo quotidiano non si può essere né buoni religiosi né veri cristiani. I santi lo dimostrano: la preghiera non è tempo perso, ma radice feconda di ogni missione.

La Parola ci parla, ci interpella, ci forma. E la nostra preghiera, nutrita dalla Parola, si trasforma: da “detta” ad ascoltata, da “formale” a personale, da “richiesta” a adorazione. È un cammino di silenzio, di amore, di fedeltà. Come ci insegna Teresa di Lisieux: anche dietro le mura di un convento, si può essere il cuore pulsante della missione della Chiesa.

In definitiva, la Parola di Dio è il volto di Cristo che si lascia contemplare. E la preghiera è il nostro sguardo che si alza verso di Lui. In un mondo frenetico e dispersivo, spegnere lo schermo e aprire la Bibbia non è solo un gesto di fede: è un atto rivoluzionario, una sorgente di libertà interiore, una risposta d’amore a Colui che ci ha amati per primo.

“La Parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente” (Col 3,16). Non lasciamola sulla mensola: lasciamola entrare nel cuore.

Al termine della meditazione, le Responsabili delle diverse Regioni si sono succedute, con partecipazione e profondità, nel raccontare il cammino spirituale intrapreso e le numerose attività vissute all’interno dei gruppi nel corso dell’ultimo triennio. Attraverso le loro testimonianze, è emersa la ricchezza delle esperienze condivise, l’impegno quotidiano nella crescita personale e comunitaria, e la vivacità di una fede incarnata nella vita concreta.

Guarda il video che presenta il Gruppo ISO dell'Italia

Guarda la presentazione del Gruppo Iso dell'Uruguay

Guarda la presentazione del Gruppo ISO dell'Africa

Nelle ore del mattino, la Responsabile Generale dell'Istituto Secolare Orionino, Rosita Dore, ha tracciato un bilancio dei tre anni di servizio trascorsi, offrendo una riflessione attenta e consapevole sul cammino compiuto, sulle sfide affrontate e sulle iniziative avviate a sostegno della crescita dell’Istituto. Dalla sua relazione è emersa un'immagine viva e dinamica dell’Istituto, segnato da diversità culturale e geografica, ma unito da un forte desiderio di comunione e partecipazione.

La Responsabile generale e il suo Consiglio hanno svolto un servizio attento e propositivo, promuovendo formazione, sinodalità e attenzione alle nuove sfide culturali e digitali. Hanno animato il cammino delle Regioni con sguardo lungimirante e spirito fraterno, favorendo il coinvolgimento delle sorelle a ogni livello. Il loro impegno si è tradotto in iniziative concrete, visite significative, cura per le relazioni e per la spiritualità, testimoniando un governo animato da passione, responsabilità e apertura al futuro.

E' stata poi proiettata la statistica delle componenti dell’Istituto sparse nelle varie parti del mondo e  illustrata l’attività svolta dai vari gruppi locali, in essi la fraternità è viva e fonte di gioia, nonostante le difficoltà legate all’età e agli impegni lavorativi.

Inoltre in questi ultimi anni si è registrato un rinnovato slancio verso la formazione carismatica, grazie anche alla collaborazione con gli altri rami della Famiglia Carismatica orionina.  Hanno fatto seguito i lavori di gruppo su una delle linee tematiche: la Consacrazione.

Nel pomeriggio, don Fausto ha offerto al gruppo una meditazione sul tema della Consacrazione, sul centrare la vita in Cristo.  

La consacrazione, la vita consacrata parte da un incontro personale e trasformante con Gesù, come raccontato nel Vangelo di Giovanni (Gv 1,35-46). I discepoli lo seguono, desiderano abitare con lui, e da quell’incontro nasce la loro nuova identità e missione. Consacrarsi significa seguire Gesù, abitare con Lui, e testimoniarlo agli altri. È un’esperienza talmente forte che segna per sempre la vita.

Il cuore della vita cristiana e consacrata non è un’idea, una regola o un carisma, ma una Persona: Gesù Cristo. La nostra identità si fonda sull’essere innamorati di Cristo, vivere con Lui, per Lui, di Lui e in Lui. La vita consacrata è risposta totale a questo amore, espressione di una relazione viva, quotidiana e trasformante con Cristo.

“Ripartire da Cristo” – come invita la Chiesa – significa ritrovare il primo amore, riscoprire che la nostra vocazione è risposta alla sua chiamata. Cristo è all’origine e alla fine di ogni vocazione. Lui è presente, ci guida, ci dà la forza. Senza di Lui non possiamo nulla (Gv 15,5); con Lui possiamo tutto (Fil 4,13).

Gesù continua a farsi presente: nella Parola, nei Sacramenti, nei fratelli e nelle sorelle, soprattutto nei poveri, nei sofferenti, nei piccoli.

Contemplare il volto di Cristo significa riconoscerlo nei volti concreti delle persone, amare e servire Lui nei fratelli. Come diceva don Orione: “Nel più misero degli uomini brilla l’immagine di Dio”.

Per don Orione, la carità non è solo frutto dell’unione con Dio, ma anche via per giungervi. L’amore concreto verso l’altro è luogo di incontro con il Signore. “Fare il bene fa vedere Dio” diceva lui, e la carità, come affermava anche Benedetto XVI, “apre gli occhi alla fede”.

Papa Francesco ricorda nella Christus Vivit: Cristo è risorto e vivo, presente nella nostra vita, pronto a rialzarci e ad amarci sempre, con tenerezza e potenza. Non è solo una figura del passato, ma un Amico, Salvatore e Compagno del nostro presente.

La consacrazione non è una rinuncia, ma una scelta d’amore radicale. È vivere ogni giorno con Cristo e testimoniarlo con la vita, nella carità, nella semplicità, nell’umiltà, nella disponibilità totale.

In conclusione, centrare la vita su Cristo significa:

  • Tornare all’essenziale: Lui al centro.
  • Vivere ogni istante come incontro con Gesù.
  • Servire i fratelli come via di comunione con Dio.
  • Essere, come i santi e i fondatori, testimoni credibili e appassionati di un Amore che salva, trasforma, consola e invia.

“Ora comincio nel Nome di Gesù: comincio ad essere di Cristo e della Chiesa” (Don Orione)
“Gesù Cristo: questo è il nostro perenne annuncio!” (Paolo VI)

La giornata di oggi si è aperta sotto il segno della grazia. Il sole di Brasilia illuminava le prime ore del mattino quando, insieme alla comunità religiosa del noviziato orionino, ci siamo raccolti attorno all’altare per pregare la liturgia delle lodi e per celebrare l’Eucaristia. Un inizio non solo formale, ma profondamente spirituale: perché ogni vero cammino inizia ascoltando la Parola e lasciandosi mettere in discussione da essa.

Don Fausto Franceschi, nostro Assistente Spirituale Generale, ha scelto con cuore di padre e con occhi di fede di farci entrare in Assemblea sotto la luce delle Scritture. Due brani ci sono stati consegnati oggi: l’Esodo e il Vangelo secondo Matteo. Due testi diversi nel tempo e nello stile, ma uniti da una domanda urgente e senza tempo: dove poggia la nostra fede? Sui segni visibili? Sui risultati? O sul Dio che cammina con noi, anche nel buio dell’incertezza?

Nel libro dell’Esodo, il popolo d’Israele è appena stato liberato. Ha visto la mano di Dio all’opera, ha sperimentato la potenza della liberazione. Ma basta l’avvicinarsi del pericolo – l’esercito del Faraone – e subito sprofonda nella paura, nella nostalgia del passato, nel dubbio. Quanto ci somiglia Israele! Anche noi, davanti alla fatica o alla scarsità di risultati, rischiamo di rimpiangere “le sicurezze” dell’Egitto, invece di fidarci del Dio delle promesse. Eppure, Dio resta fedele: non per meriti nostri, ma per amore. La sua gloria si manifesta proprio quando tutto sembra perduto.

Nel Vangelo, la richiesta di un segno da parte della folla sembra legittima, eppure riceve una risposta dura: “Una generazione malvagia e adultera cerca un segno”. Il vero segno non è spettacolo. È il mistero pasquale: morte e risurrezione, piccolezza e potenza intrecciate, amore che vince il buio. È lì che la fede si radica: non nei fuochi d’artificio spirituali, ma nel silenzio del Sabato Santo e nella luce dell’alba di Pasqua.

Queste parole ci preparano al cammino che ci attende nei giorni dell’Assemblea. Non siamo qui solo per valutare numeri o strategie. Siamo qui per ascoltare ciò che lo Spirito dice oggi alla nostra Famiglia. Per guardare indietro con gratitudine e in avanti con fiducia. Come Don Orione ci ha insegnato: non contano i segni esteriori, ma la fedeltà al carisma, la fiducia nella Provvidenza, il coraggio dell’amore nascosto.

E allora oggi, anche noi, vogliamo dire: “State saldi e vedrete la salvezza del Signore”. Vogliamo essere noi, in questo tempo, segno vivo del Vangelo, della speranza, della croce che fiorisce, della risurrezione che già germoglia.

Momento toccante e profondamente simbolico è stata la celebrazione eucaristica vissuta in cinque lingue: italiano, portoghese, spagnolo, francese e polacco. Un mosaico di suoni, inflessioni e accenti che, anziché creare confusione, hanno tessuto una sinfonia di unità spirituale.

Non è stata una Babele, ma un piccolo anticipo della Pentecoste: dove la diversità non divide, ma arricchisce; dove le parole diverse non creano distanza, ma si fanno eco di un’unica lode, quella che sale al Padre da ogni popolo, lingua e nazione.

In questa celebrazione multilingue, la Famiglia Carismatica orionina ha mostrato il suo vero volto: universale e unito, umile e glorioso, radicato nella fede e proteso verso il Regno. Qui, nella pluralità delle espressioni, si è reso visibile il miracolo della comunione. Non una uniformità grigia, ma un’armonia colorata, in cui ogni voce ha portato il suo timbro per formare un unico canto.

C’è qualcosa di profondamente spirituale in tutto questo. È come se lo Spirito Santo avesse soffiato tra le lingue del mondo per generare non confusione, ma una coralità nuova. In ogni lingua, un frammento della Verità; in ogni accento, una scintilla del Carisma. È la lode che si incarna nella diversità, perché Dio non ha mai voluto fare copie, ma opere uniche, tutte sue.

E allora, in questa assemblea che si apre con parole diverse ma un solo Spirito, possiamo riconoscere un segno autentico della presenza di Dio. Non un segno clamoroso, ma una fiamma mite e fedele, che illumina, riscalda e guida. E ci dice che sì, il Signore continua davvero a fare nuove tutte le cose. Anche – e soprattutto – attraverso di noi.

Nel pomeriggio, le consacrate hanno vissuto un momento significativo di raccoglimento e bellezza visitando la Cattedrale Metropolitana di Brasilia, opera dell’architetto Oscar Niemeyer e simbolo dell’elevazione dell’anima verso Dio.

Non si è trattato solo di una visita culturale o architettonica, ma un pellegrinaggio interiore, un entrare nel silenzio che parla, un lasciarsi abbracciare dalla verticalità delle forme che indicano il cielo. Quella cattedrale, con la sua struttura slanciata verso l’alto e il gioco di luci che filtra tra le vetrate, sembra voler gridare al mondo che l’uomo è fatto per Dio, e che la bellezza può essere un linguaggio di fede.

Entrare in quel luogo è stato un tempo di sosta e di ascolto, un’opportunità per ritrovare in uno spazio sacro ciò che talvolta smarriamo nella corsa: il senso della nostra consacrazione, la sete di infinito, la nostalgia del cielo.

In questa visita, ogni cuore ha avuto modo di pregare in silenzio, portando con sé le intenzioni dell’Assemblea, la vita della Famiglia, il mondo ferito e bisognoso di luce. Si è tratato di  un vero “salmo architettonico” innalzato a Dio, un modo per ribadire – anche senza parole – che la nostra vocazione è cammino verso l’Alto, e che ogni nostra opera trova senso solo se conduce a Lui, che è bellezza, comunione e salvezza.

La Responsabile Generale , Rosita Dore ha aperto i lavori assembleari richiamando all’attenzione l’icona della Samaritana al pozzo di Sicar, scelta come immagine guida di questo cammino condiviso: non una semplice illustrazione, ma una parola viva che ci parla. L’autore è il sacerdote Koeder, uomo di Dio che ha conosciuto la Croce nei campi di concentramento. Le sue opere nascono dal crogiuolo del dolore e della fede, e proprio per questo risplendono di luce interiore.

Guardando questa icona si possono osservare i colori cangianti, ora tenui, ora intensi, che la caratterizzano. Essi ci ricordano le stagioni diverse della nostra vita: ci sono tempi di luce e di buio, di forza e di fragilità. La donna, la Samaritana, fissa lo sguardo dentro il pozzo. Anche noi, come lei, siamo chiamate a scendere dentro, a guardarci in profondità, senza paura.

La veste rossa che indossa è il simbolo dell’amore. Ciò ci porta a chiederci se forse ha amato male, o forse ha semplicemente cercato. E noi? Anche noi, a volte, abbiamo amato in modo storto, confuso, ferito. Ma la santità non è perfezione immediata: è un cammino, spesso in discesa, perché non si sale verso Dio se prima non si scende dentro se stessi. E proprio lì, in quel fondo che spesso evitiamo, scaturisce l’acqua viva.

Alla luce del Vangelo di Giovanni (4,5-42), l’incontro tra Gesù e la Samaritana ci richiama un altro episodio a noi caro: don Orione che si china sul matricida, annunciandogli la misericordia di Dio. L’uomo che ha avvelenato sua madre conserva ancora la tazza dell’omicidio: eppure, anche quella può diventare il suo pozzo, se trova il coraggio di guardarci dentro.

Forse anche noi mettiamo veleno nelle nostre tazze: nella Chiesa, nelle comunità, nel nostro stesso Istituto. Qual è il veleno da cui dobbiamo liberarci? Rancori? Orgoglio? Incomprensioni non sanate?

Ma se abbiamo il coraggio di scendere in fondo al nostro pozzo, lì troveremo Gesù. Non per giudicarci, ma per attenderci, e condurci alla verità e alla vita.

E allora, quale santità orionina vogliamo custodire e testimoniare oggi? Emergono tre atteggiamenti fondamentali:

  1. Umiltà: essere piccoli per lasciare spazio all’altro, per far sì che chiunque possa avvicinarsi a noi senza timore.
  2. Interiorità: recuperare lo spirito contemplativo di don Orione, quello che lo vedeva vegliare in silenzio davanti al Tabernacolo nelle notti lunghe e intense.
  3. Stima reciproca: “gareggiate nello stimarvi a vicenda”, dice San Paolo. Don Orione ci ha voluti pianta: ogni ramo ha la sua bellezza, ma anche ogni ramo riceve linfa dagli altri. Solo così cresceremo davvero come famiglia viva.

La Responsabile Generale ha poi invitato le sorelle a compiere un gesto simbolico e carico di significato: scrivere un desiderio, un sogno personale e comunitario, e attaccarlo al telo che raffigura la donna al pozzo: quei cartoncini possono diventare gocce d’acqua nuova che nutrono il nostro cammino.

Infine, l’assemblea si è unita in una preghiera corale, nelle diverse lingue che rappresentano la bellezza della nostra comunione internazionale. Possa  quest’Assemblea essere davvero un tempo di grazia, un pozzo da cui attingere acqua viva, per noi e per il mondo.

Una giornata, dunque, piena di grazia. E il cammino è appena cominciato! 

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Il giorno 21 luglio 2025, presso il Noviziato Don Orione di Brasilia, l’Istituto Secolare Orionino vivrà la sua IV Assemblea di Verifica. All’incontro parteciperanno le rappresentanti dei vari gruppi locali provenienti da Italia, Polonia, Costa d’Avorio, Argentina e Brasile. Sarà un’occasione preziosa per rileggere insieme il cammino compiuto, condividere esperienze e orientare il futuro con spirito di discernimento. Oltre a essere un momento di verifica, l’Assemblea sarà anche un tempo di fraternità e comunione, vissuto nella luce della vocazione secolare consacrata. Le consacrate saranno accompagnate dalla presenza e dal sostegno dell’assistente generale, don Fausto Franceschi FDP

Pubblichiamo un lavoro  che mette in rilievo alcuni dei gesti profetici compiuti da Papa Francesco.  Sono gesti che aiutano la Chiesa a perseverare in un processo di apertura, inclusione, semplicità e vicinanza a tutti, specialmente a coloro che vivono ai margini, senza eccezioni. Sono gesti che esortano a combattere il clericalismo e che spingono a valorizzare la presenza della donna nella chiesa, anche affidandole incarichi e servizi che alcuni anni prima erano esclusiva degli uomini.

Pensiamo che questi gesti siano fortemente incisivi ed abbiano la stessa forza magisteriale delle parole: tracciano concretamente i percorsi da compiere, e attivano processi anche molto orionini che ci insegnano a uscire verso le periferie esistenziali e a costruire ponti.

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