La raffigurazione che Ezechiele fa di Dio e del Messia come pastore ideale fa da sfondo per Gv 10 ed è servita da modello alla presentazione che Gesù fa di se stesso come il pastore ideale. Gesù mostra che ci sono due tipi di pastore: ci sono i capi del popolo, che non portano alla libertà, alla vita, ma portano all’oppressione e alla schiavitù. Dall’altra parte c’è Gesù, che viene a portare l’uomo verso la libertà e la vita. l’aspetto specifico nella descrizione giovannea del pastore è la sua disponibilità a morire per le pecore.
Il contesto narrativo in cui si inserisce questo brano è immediato: Gesù ha appena guarito il cieco nato (cap. 9), episodio che ha provocato la rottura definitiva con le autorità religiose. I farisei hanno cacciato dalla sinagoga il cieco guarito, manifestando la loro cecità spirituale. Ora Gesù si rivela manifestando chi egli sia e offrendo la possibilità di vincere la propria cecità.
Il brano si situa temporalmente durante la festa della Dedicazione (Hanukkah), come specificato in Gv 10,22. Questa collocazione non è casuale: la festa commemorava la riconsacrazione del Tempio dopo la profanazione di Antioco Epifane, celebrando il tema della purificazione e del rinnovamento del culto autentico. Gesù si presenta come colui che inaugura il nuovo accesso a Dio, superando le mediazioni veterotestamentarie.
Siamo abituati a sentire che Gesù è il buon pastore. Dobbiamo però subito precisare che l’aggettivo greco impiegato dall’evangelista non è “agathòs” (buono), ma “kalòs”, cioè bello. Quindi la traduzione letterale sarebbe “Io sono il bel pastore” o “il pastore bello”!
Il termine bello però non ha una valenza estetica, infatti la bontà è propria dell’ambito del fare, mentre la categoria del bello è propria della categoria dell’essere. L’essere belli è emanazione che deriva dall’essere. E Gesù è bello poiché egli, come il Padre, nella sua essenza è amore e le sue azioni sono manifestazione dell’amore.
Il pastore è infatti buono/bello, perché dona la vita per le sue pecorelle, la sua bellezza coincide con il suo amore totale. E nel suo amore, egli non usa la forza, lascia le sue pecore libere di brucare e di pascolare.
La sua bellezza risiede nel dono che di sé egli fa. Is 53,1-12 (Is 53,2-3 Non ha apparenza né bellezza
per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere.
3Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.)
Il termine kalós è usato nel IV vangelo in riferimento al vino delle nozze di Cana (2,10) e alle opere compiute da Gesù (10,32.33). In entrambi i casi esso indica realtà afferenti al tempo messianico: il vino dei tempi messianici e le opere messianiche. Insomma, questo aggettivo mette in luce l'opera salvifica compiuta dal Pastore messianico. Di fronte a questa pregnante valenza teologica, è ovvio che l'aggettivo kalós non indica una qualità soggettiva di Gesù come la sua bontà. Tale titolo è poi esplicitato dalla frase che attesta che il buon pastore “depone la sua vita per le pecore” (Gv 10,11). Questa espressione si trova altre tre volte nei vv. successivi (Gv 10,14.17.18) e sembra la versione giovannea dell'espressione sinottica “dare la vita per” (cf. Mc 10,45; Mt 20,28). Nell'AT troviamo un'espressione analoga per indicare il rischio a cui qualcuno espone la propria vita (Gdc 12,3; 1Sam 19,5; 28,21; Gb 13,14), per salvare una persona o il proprio popolo: David rischiava la vita per proteggere il gregge che doveva pascolare (1Sam 17,34ss.). Tuttavia, nel testo giovanneo l'espressione ha ormai un senso tecnico caro e indica la morte di croce.
“Bellezza e bontà s’intrecciano tra loro. […] Nell’Antico Testamento ci si imbatte per 741 volte nell’aggettivo tôb (si pronuncia anche tôv) e il suo significato oscilla appunto tra «buono» e «bello», per cui bontà e bellezza, etica ed estetica sono due volti della stessa realtà” (Gianfranco Ravasi). Le sette esclamazioni in Genesi 1: “Dio vide che era tôb” (Genesi 1), dunque, potrebbero essere tradotte come: “Dio vide che era una cosa bella”. Oggi la Parola del “Buon/Bel Pastore” potrebbe tradursi in un invito: “Gustate e vedete com’è buono/bello il Signore!” (Salmo 34,9). Egli è, davvero, “il più bello tra i figli dell’uomo” (Salmo 45,3).
Io sono il buon pastore è una delle auto designazioni di Gesù, seguite da un'immagine simbolica il più spesso concreta. Ne ricordo alcune “io sono la porta delle pecore” (Gv 10,7), “la luce del mondo” (Gv 8,12), “il pane vivo” (Gv 6,35), “la via” (Gv 14,6), “la vite” (Gv 15,1). Talvolta la designazione è seguita da un nome astratto: “io sono la verità” (Gv 14,6), “la risurrezione” (Gv 11,25), “la vita” (Gv 14,6).
Nel nostro brano l'immagine del pastore indica una persona e vuole sottolineare particolarmente alcune caratteristiche di colui a cui si riferisce il fatto di essere guida, di avere cura degli altri, di avere attenzione premurosa per gli altri, non soltanto come gruppo ma come singoli, il fatto di conoscerli a fondo.
Che cosa aggiunge il capitolo 10 del di Giovanni alla basilare rivelazione biblica del Dio per l'uomo? Aggiunge quella che potremmo chiamare la serietà dell'essere di Dio per l'uomo. Infatti, per Gesù, figlio di Dio, il pastore grande delle pecore, è questione di vita e di morte. L'essere per noi di Gesù non è un gesto grazioso, generoso, che rende un po’ più facile il nostro cammino. È il gesto della sua dedizione incondizionata.
Dicendo io sono il buon pastore, Gesù sottolinea che l'essere per me è una questione seria, decisiva, totale, totalizzante. Egli è il pastore che dà la vita per le sue pecore, la da, non la rischia, non la darebbe, ma la da. L'essere per l'uomo di Gesù figlio di Dio rappresenta la carità di Dio che è dalla parte dell'uomo incondizionatamente, per la vita e per la morte. Qual è il contenuto di questo dono? Il massimo possibile: “Io offro la vita”. Molto di più che pascoli e acqua, infinitamente di più che erba e ovile sicuro. Il pastore è vero perché compie il gesto più regale e potente: dare, offrire, donare, la propria vita.
Il buon pastore dà la propria vita per le pecore: il verbo assume qui tre sfumature diverse “esporre”, poi “disporre” e infine “deporre”
- Espone la vita per le pecore: il verbo usato significa rischiare la propria vita, nel caso di un pericolo che minaccia altri. E questo è un atteggiamento permanente di Gesù: egli è costantemente nella disposizione di affrontare la morte per le sue pecore, non pensa a salvare se stesso, non fa come il mercenario a cui non interessano le pecore e che non le ama, ma è interessato solo al salario e quando rischia di perdere qualcosa, si ritira e fugge.
- Non solo è coraggioso e difende le pecore perché le ama, ma anche dispone della sua vita a favore delle sue pecore;
- poi, con un valore ancora più profondo, Gesù depone la sua vita a favore delle pecore, cioè̀ è pronto a morire per loro.
Al v. 14 Gesù aggiunge un’altra qualità di relazione con le «sue pecore»: “conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me”: conoscenza vuol dire amore reciproco tra il Pastore e ciascuno dei suoi, tutti singolarmente amati e conosciuti; come il Padre conosce e ama lui, l’amore che Gesù ha per ciascuno è lo stesso amore che il Padre ha per lui, il Figlio unico. Per Gesù nessuno è un numero, ma ognuno ha un valore infinito. Il Pastore conosce il nome (cioè l’essenza/l’essere) di tutti ed entra in rapporto intimo con ciascuno.
Attribuendosi il titolo di Pastore Gesù si attribuisce un titolo che è proprio di Dio: «Il Signore è il mio pastore» canta il popolo dell’alleanza nel Salmo 22/23. Gesù stesso sembra avere qualche reticenza ad esprimere subito questa parola così forte “io sono il pastore”, parola così evidentemente provocatoria, in cui “si fa Dio” (cf. Gv 10,33). Gesù si sente invitato a parlare più chiaramente visto che i suoi interlocutori proprio non sembrano capirlo.
Forse a noi può suonare scontato sentire e riconoscere Gesù come il buon pastore, ma non così per i farisei e i Giudei con cui Gesù sta discutendo. È blasfemia grave “prendere il posto di Dio” con questa immagine così potente! Infatti, quelli che lo ascoltano sono molto irritati, alcuni si scandalizzano prendendo Gesù per un matto o per un indemoniato (cf. v. 20) e visto che Gesù insiste (cf. v. 27-29), passando dalle parole ai fatti, alcuni si mettono a cercare pietre per lapidarlo (v. 31).
Per due volte Gesù ripete l'autorivelazione: “Io sono il buon pastore” (Gv 10,11.14). Proclamandosi “buon pastore” Gesù afferma di assumere completamente su di sé la responsabilità e il peso del gregge di Dio. L'“Io sono” iniziale ha valore di promessa e di impegno: Gesù attesta che sarà oggi, come ieri e in futuro, il pastore delle sue pecore. Egli promette che la presenza accanto ai suoi non verrà mai meno.
L'atto in cui culmina l'essere pastore di Gesù è il dono della propria vita per le pecore, atto che Gesù compie nella massima libertà. Gesù, dunque, è veramente il Pastore perché giunge alla morte di croce per gli uomini. La valenza salvifica di questo atto è sottolineata dal fatto che la morte di croce è la rivelazione dell'amore del Padre: “Da questo abbiamo conosciuto l'amore: egli ha dato la sua vita per noi” (1Gv 3,16).
L'azione salvifica del buon Pastore è posta in rilievo dall'azione, con esito nefasto per le pecore, del salariato (meglio che “mercenario”). Non essendo pastore, a lui non sta a cuore delle pecore stesse e, all'avvicinarsi di una minaccia per il gregge, egli non espone se stesso al rischio della vita, ma fugge e abbandona le pecore al loro destino (vv. 12-13). Non si tratta di cercare dei personaggi storici in cui identificare sia il salariato (v. 12-13) che il lupo (v. 12), ma di cogliere nel comportamento del salariato il contrappunto negativo del comportamento del buon pastore e, nell'avvicinarsi del lupo, l'approssimarsi di una situazione di pericolo per il popolo. In particolare, il verbo “disperdere” (v. 12) evoca il passato sventurato di Israele, la dispersione tra le genti, gli esili e le deportazioni subite.
Se il salariato “abbandona” le pecore, Gesù invece, all'approssimarsi dell'ora cruciale della Passione, promette ai suoi che non li abbandonerà, che non li lascerà orfani (cf. Gv 14,18); se il salariato non impedisce che le pecore siano “rapite” (v. 12), il Pastore Gesù assicura che nessuno potrà “rapire” i suoi dalla sua mano, perché è il Padre stesso che gliele ha date, e lui e il Padre sono “uno” (cf. Gv 10,28-29). Se anche il gruppo dei discepoli sarà disperso nel momento critico dell'arresto e della passione di Gesù (cf. Mc 14,27; Mt 26,31: “Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse”), il Risorto, come pastore in cerca delle sue pecore disperse, raggiungerà e ridarà unità ai discepoli e continuerà a guidarli camminando davanti a loro (cf. Mc 14,28; Mt 26,32: “Dopo che sarò risuscitato, vi precederò in Galilea”). Se il salariato non si sente legato alle pecore, invece Gesù sente come “suoi” i discepoli e per loro è disposto a deporre la vita.
Il mercenario, il pecoraio, vede venire il lupo e fugge perché non gli importa delle pecore. Al pastore invece importano, io gli importo.
Nell'immagine di Dio pastore l'ebreo leggeva questa grande e fondamentale verità, che sta alla base di tutta la fede ebraica e cristiana, di tutto il rapporto corretto dell'uomo verso Dio: Dio è con me, Dio è con noi, Dio è dalla nostra parte non ci abbandona, e si prende cura della nostra felicità.
“Tu sei con me” è la frase riassuntiva della nostra fede. Malgrado i miei peccati, malgrado le mie infedeltà e il mio demerito tu o Signore sei con me!
In Dio non vi è nessuna manifestazione di autorità che richiami la forza, così come noi esseri umani la intendiamo. Infatti, la grande manifestazione del potere di Dio è Gesù Crocifisso. È un potere che desidera amare l’altro fino a lasciarsi uccidere per donargli la vita eterna. La forza assoluta di Cristo corrisponde con il dono assoluto di sé, con il sacrificio della sua vita, perché noi potessimo avere la sua vita. Gesù, ci dice il Vangelo, è il Dio fatto uomo che “dona la vita per i propri amici” e che “prega per i suoi nemici”.
“Il potere di Dio significa il potere dell’amore, di un amore che nella sua follia dona la propria vita. La Kenosi, lo svuotamento volontario del Dio incarnato, rivela la vita stessa della Trinità, quella di un Dio che si apre, un Dio nel quale l’Uno non esiste senza l’Altro, nel sacrificio gioioso di ciascuno perché l’altro esista; di una volontaria limitazione che Dio si impone per dare all’uomo uno spazio per la sua libertà.
Per questo, il mistero della debolezza di Dio è quello della sua autentica onnipotenza: mistero messo in luce con la vita, la passione e la croce di Gesù, mistero nascosto nell’essenza profonda della chiesa, nell’esistenza crocifissa dei santi.”[1]
Il potere di Dio non poteva che essere crocifisso. Egli è un Dio infinitamente ricco, libero e potente. Egli è ricco nell’amore, dunque non è un Dio che possiede, ma un Dio che si fa povero fino a non possedersi più. Egli è infinitamente libero, per questo libero di amare e di andare fino all’estremo dell’amore, che è la rinuncia alla propria vita per il dono di sé. Egli è immensamente grande e potente; la sua grandezza consiste nel potere tutto ciò che l’amore può, fino all’umile annullamento di sé. La ricchezza, la libertà e la potenza di Dio si sono rivelate, hanno preso forma concreta e visibile nella povertà, nella dipendenza e nell’umiltà di Gesù Cristo, e Gesù Cristo crocifisso.
Siamo dunque partiti dall’onnipotenza di Dio per affermare che la sua forza risiede nell’amore e nella misericordia, che la sua onnipotenza si esercita nel rispetto della libertà degli uomini e che il suo potere si è manifestato pienamente nel momento in cui il Figlio di Dio, divenendo debole e, come dice San Paolo, «Dio lo fece peccato in nostro favore» (2Cor 5,21), è morto in croce per tutti noi.
E proprio il riferimento alla morte di Cristo spiega l'apertura universalistica del discorso nel v. 16. Gesù parla di “altre pecore, non appartenenti a questo recinto”, cioè al giudaismo, che egli deve guidare: si tratta dei credenti provenienti dalla gentilità. Uno degli effetti della morte di Cristo è il raduno dei figli di Dio dispersi, la creazione di un unico gregge formato da persone provenienti non solo dal giudaismo, ma anche da tutti i popoli: “Quando sarò innalzato da terra, io attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Quando, in Gv 10,16 si usano i verbi al futuro “ascolteranno” e “diventeranno”, è evidente che si intravede l'ingresso dei gentili nella chiesa, evento che si produrrà dopo la Pasqua.
Il verbo usato da Giovanni nel v. 16 (“diventeranno”), suppone che tale unità e comunione sarà crescente e progressiva, fino ad aprirsi a una prospettiva escatologica. Non stupisce pertanto ciò che dice l'Apocalisse: “L'Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro Pastore, e li guiderà alle sorgenti della vita” (Ap 7,17).
L'evoluzione del discorso trova il suo compimento nei vv. 17-18, in cui non vi è più alcun accenno alle immagini pastorali, ma solo affermazioni teologiche sul rapporto tra il Padre e il Figlio, e sulla morte-resurrezione di Cristo descritta come evento con cui Cristo depone e poi riprende la propria vita. Gesù aveva già accennato alla propria morte come deposizione della vita, ma ora vi aggiunge l'accenno alla resurrezione con le parole sul riprendere la vita. Così l'intero discorso su Gesù buon pastore sfocia nella contemplazione del compimento dell'opera di salvezza. Che è anche la rivelazione massima dell'amore del Padre verso il Figlio e per tutti gli uomini. Croce e resurrezione sono il segno supremo dell'amore di Dio per gli uomini. Il compimento del piano di salvezza divino è l'adempimento del comandamento ricevuto dal Padre: un adempimento avvenuto in piena libertà, come sottolinea l'affermazione che Gesù ha il potere (exousía) di deporre la vita e il potere di riprenderla. Questo “potere”, che dice la sovrana libertà di Gesù, Gesù lo manifesta all'interno di un’assoluta obbedienza nei confronti del Padre: l'obbedienza libera perché nasce dall'amore ed è motivata dall'amore. La sua obbedienza amorosa nei confronti del Padre diviene donazione libera e amorosa della vita per gli uomini. Il mistero del Pastore si sintetizza nell'evento della salvezza che è mistero di amore.
Possiamo ricordare due conseguenze che ci permettono di comprendere chi, come Gesù, è pastore:
- Anzitutto è pastore perché ha detto a Dio: “tu sei il mio pastore”. E lo può dire nella prolungata contemplazione del crocifisso: tu sei il Dio per me, tu sei il Dio che ti sei manifestato dedicandoti a me, Tu sei colui il cui prendersi cura di me ha trasformato la mia vita, mi ha fatto vivere, tu sei il mio pastore.
- In secondo luogo, il pastore, cioè noi, non è avvertito dal popolo come assoluto, ma sempre come un pastore relativo a Cristo, il vero pastore grande delle pecore, un pastore a partire da Cristo in persona Christi. Il pastore non è colui che prende tutto sulle sue spalle, non si carica di un peso troppo grande per lui, non presume di salvare lui da solo il suo popolo. Si pone invece in uno stato di dipendenza da Cristo Gesù, sommo pastore, e dalla sua Pasqua.
La forza per essere pastore buono/bello al servizio di Gesù può scaturire solo dalla contemplazione ininterrotta del mistero di Cristo e della sua Pasqua. Questo è il luogo a cui ritornare continuamente come alla sorgente. Inoltre, il diacono, il presbitero, il vescovo, che non presume di sostituire il buon pastore Gesù, ma che sa di essere chiamato a rappresentarlo nel popolo di Dio secondo il dono ricevuto, non può che vivere una prossimità reale, reciprocamente educativa, con la gente, nel convocarla in comunità e nel promuovere i doni dei fratelli, nel farsi educatore dei laici.
La presenza di Gesù, con la sua storia, i suoi gesti, la sua obbedienza e dedizione, la sua Pasqua, danno al pastore cristiano la capacità di educare altri, di avere fiducia, sapendo che lo spirito di Dio abita la libertà umana, la vivifica, la rigenera, per indirizzarla a conformarsi al mistero di Cristo. “Il prete apprende quotidianamente le leggi della sua vita sacerdotale non da modelli astratti o generici ma da uno studio appassionato della storia di Gesù”.
dà la vita
Guardiamo ora più da vicino le tre affermazioni fondamentali di Gesù sul buon pastore. La prima, che con grande forza pervade tutto il discorso sui pastori, dice: il pastore dà la sua vita per le pecore. Il mistero della Croce sta al centro del servizio di Gesù quale pastore: è il grande servizio che Egli rende a tutti noi. Egli dona se stesso, e non solo in un passato lontano. Nella sacra Eucaristia ogni giorno realizza questo, dona se stesso mediante le nostre mani, dona sé a noi. Per questo, a buona ragione, al centro della vita sacerdotale sta la sacra Eucaristia, nella quale il sacrificio di Gesù sulla croce rimane continuamente presente, realmente tra di noi. E a partire da ciò impariamo anche che cosa significa celebrare l'Eucaristia in modo adeguato: è un incontrare il Signore che per noi si spoglia della sua gloria divina, si lascia umiliare fino alla morte in croce e così si dona a ognuno di noi. È molto importante per il sacerdote l'Eucaristia quotidiana, nella quale si espone sempre di nuovo a questo mistero; sempre di nuovo pone se stesso nelle mani di Dio sperimentando al contempo la gioia di sapere che Egli è presente, mi accoglie, sempre di nuovo mi solleva e mi porta, mi dà la mano, se stesso. L'Eucaristia deve diventare per noi una scuola di vita, nella quale impariamo a donare la nostra vita. La vita non la si dona solo nel momento della morte e non soltanto nel modo del martirio. Noi dobbiamo donarla giorno per giorno. Occorre imparare giorno per giorno che io non possiedo la mia vita per me stesso. Giorno per giorno devo imparare ad abbandonare me stesso; a tenermi a disposizione per quella cosa per la quale Egli, il Signore, sul momento ha bisogno di me, anche se altre cose mi sembrano più belle e più importanti. Donare la vita, non prenderla. È proprio così che facciamo l'esperienza della libertà. La libertà da noi stessi, la vastità dell'essere. Proprio così, nell'essere utile, nell'essere una persona di cui c'è bisogno nel mondo, la nostra vita diventa importante e bella. Solo chi dona la propria vita, la trova.
IL BUON PASTORE CONOSCE LE SUE PECORE
Nella scorsa meditazione ci siamo soffermati sul pastore buono/bello che da la vita per le sue pecore.
Gv 10,14-15 ci indicano una seconda caratteristica del pastore buono/bello
14Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore.
Gesù è buon pastore perché conosce le sue pecore e queste conoscono lui, così come lui conosce il Padre e il Padre conosce lui.
Come sappiamo il verbo conoscere, nella nostra cultura è soprattutto considerato un atto di natura intellettuale, che coinvolge mente e pensiero di una persona. Nelle civiltà dell’antico Vicino Oriente, invece, il verbo "conoscere" (in ebraico yadà, יָדַע) va molto oltre la semplice acquisizione intellettuale di informazioni. È una conoscenza relazionale ed esperienziale che coinvolge l'intera persona. Conoscere si configura quindi come:
- una relazione intima e affettiva: Nella Bibbia, "conoscere" Dio significa amarLo, fidarsi di Lui ed essergli fedeli. È un'esperienza di unione profonda, non un'arida nozione.
- Esperienza pratica: Non si "conosce" solo con la mente, ma attraverso l'esperienza diretta e vissuta
- Unione carnale: Il verbo è usato eufemisticamente per descrivere l'atto sessuale tra un uomo e una donna (es. "Adamo conobbe Eva sua moglie"), proprio a indicare il livello più alto di intimità e conoscenza reciproca
La conoscenza del pastore buono/bello delle sue pecore implica dunque un coinvolgimento personale, una comunione vissuta. Si tratta di una conoscenza dinamica che avviene all'interno di una relazione esistenziale.
Conoscenza, in altre parole, vuol dire amore reciproco tra il Pastore e ciascuno dei suoi, tutti singolarmente amati e conosciuti; come il Padre conosce e ama lui, l’amore che Gesù ha per ciascuno è lo stesso amore che il Padre ha per lui, il Figlio unico. Per Gesù nessuno è un numero, ma ognuno ha un valore infinito. L'insieme delle pecore non è “un gregge”; ognuno ha un rapporto personale con lui. C'è una conoscenza, un'intimità, un amore reciproco tra pastore e pecore in cui ciascuna è chiamata per nome. Isaia (43,1.4) così descrive questo rapporto “Ti ho chiamato per nome; Tu mi appartieni, sei preziosa ai miei occhi, sei degno di stima e io ti amo”
Ed è proprio la conoscenza del Padre, che è l’esperienza profonda del suo amore per il Figlio, ciò che Gesù, come Pastore buono/bello, mette a disposizione delle sue pecore. Infatti, il rapporto di conoscenza e amore che c'è tra Gesù e ciascuno di noi è il medesimo che c'è tra il Padre e Gesù: “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi”. (Gv 15,9). L'amore reciproco tra Padre e Figlio, il mistero che è la loro stessa vita, è il medesimo che circola tra noi e lui.
Il v. 15 termina con l’affermazione di Gesù: “do la mia vita per le pecore”.
Letteralmente qui dare è “disporre”. Se al v. 11 il pastore es-pone, qui di-spone della propria vita a favore delle pecore: la mette a loro disposizione, la offre loro. Il verbo è al presente, perché la sua vita ci è sempre offerta, qui ed ora. Il Figlio, infatti, non la tiene gelosamente per sé: come la riceve così la dona, come è amato dal padre così ama i fratelli.
Tutto ciò Gesù lo fa “per le pecore”: Giovanni non dice tanto che Gesù muore “al posto” delle pecore, quanto che egli dona loro la sua stessa vita. Sottolinea la trasmissione della “Gloria” dal figlio ai fratelli.
La conoscenza di Gesù verso le sue pecore non è una conoscenza che si è realizzata solo ora, con una frequentazione circoscritta nel tempo. È una conoscenza che ha come orizzonte temporale l’eternità. Lo vediamo nella chiamata di Geremia (Ger 1,4-10): 4Mi fu rivolta questa parola del Signore: 5"Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni".
L’iniziativa divina inizia con l’avverbio «prima», nel senso che Dio precede! Il Dio descritto nel passo autobiografico è anzitutto «Colui che è all’inizio», «Colui che gli ha dato tutto», perché lo ha amato fin da principio. Geremia non può pensare alla sua esistenza senza la certezza psicologica ed affettiva che prima di essa c’è la chiamata divina. Così egli fa l’esperienza di sentirsi amato e chiamato da Dio, come un bambino che prendendo coscienza di se stesso si sente attorniato, protetto e assistito dai suoi genitori.
Gv 10,3 ci aveva già anticipato il tema della conoscenza delle pecore affermando che il pastore “chiama le sue pecore, ciascuna per nome”. Sottende quindi che il pastore conosce per nome tutte le sue pecore e le chiama ad una ad una con il loro nome.
Anche il conoscere/chiamare per nome, nella Bibbia è un'espressione profonda che indica intimità, appartenenza, amore e missione.
Il nome nella Bibbia racchiude l’essenza della persona, il suo destino, la sua identità più profonda.
“Egli è come il suo nome” dice 1Sam 25,25: come a dire che il nome indica l’essenza e la realtà di una persona. Conoscere, pronunciare il nome di una persona (o di Dio!) equivale ad avere intimità, conoscenza profonda.
Inoltre, venire chiamati per nome da Dio stabilisce un patto e un legame speciale, un legame di “possesso”. Come dice il profeta Isaia: "Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome; tu mi appartieni". (Is 43,1)
Nel chiamarti per nome Dio rivela che per lui tu sei importante. Dio si rivolge a te, Dio ti conosce per nome, conosce il tuo cuore, sa che cosa provi. Si rivolge a te personalmente. Ha una relazione individuale con te. Non sei solo uno tra i tanti. Sei unico. Per Dio hai un'importanza tale che si rivolge personalmente a te per prometterti qualcosa di bello, qualcosa destinato a essere un sostegno per la tua vita, qualcosa che costituisce le fondamenta su cui edificare la tua esistenza. Il nome con cui Dio ti chiama ti dimostra la tua inconfondibile dignità di essere umano.
Quando Gesù ti chiama per nome, nessuno ti può rapire dalla sua mano, nessuno ti può sciogliere dal tuo legame con Lui. La sua mano ti protegge, ti dona un riparo e ti sostiene.
Quando chiama per nome una persona, Dio le rivela al tempo stesso la sua vocazione, il suo progetto di santità e di bene, attraverso il quale quella persona diventerà un dono per gli altri e che la renderà unica. Ad alcune cambia addirittura il nome, quel nome che esprime l’essere della persona. Il vecchio nome non ne esprimeva quella natura profonda che solo Dio conosce. Allora lo cambia per indicarne il compito e talvolta segnarne il destino, indicarne il ruolo nel suo piano di salvezza. Questo ad esempio succede a Simone, che ora si chiama Pietro: il Signore voleva allargare gli orizzonti della sua vita e sceglie di dargli un nuovo nome, che meglio definirà il suo compito e il suo destino.
In sintesi, per la Bibbia, conoscere il nome di qualcuno è conoscerne la natura, è avere un certo dominio su di lui partecipando alla sua potenza.
Vi propongo qui un bel commento di Papa Francesco al versetto che abbiamo iniziato a commentare e che ci offre alcuni spunti concreti di applicazione alla nostra vita:
“Il Signore ci dice: "Io conosco le mie pecore, e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre " (Gv 10, 14-15).
Sono in questa frase due rapporti apparentemente del tutto diversi che qui si trovano intrecciati l'uno con l'altro: il rapporto tra Gesù e il Padre e il rapporto tra Gesù e gli uomini a Lui affidati. Ma entrambi i rapporti vanno proprio insieme, perché gli uomini, in fin dei conti, appartengono al Padre e sono alla ricerca del Creatore, di Dio. Quando si accorgono che uno parla soltanto nel proprio nome e attingendo solo da sé, allora intuiscono che è troppo poco e che egli non può essere ciò che stanno cercando. Laddove però risuona in una persona un'altra voce, la voce del Creatore, del Padre, si apre la porta della relazione che l'uomo aspetta. Così deve essere quindi nel nostro caso. Innanzitutto, nel nostro intimo dobbiamo vivere il rapporto con Cristo e per il suo tramite con il Padre; solo allora possiamo veramente comprendere gli uomini, solo alla luce di Dio si capisce la profondità dell'uomo. Allora chi ci ascolta si rende conto che non parliamo di noi, di qualcosa, ma del vero Pastore. Ovviamente, nelle parole di Gesù è anche racchiuso tutto il compito pastorale pratico, di seguire gli uomini, di andare a trovarli, di essere aperti per le loro necessità e le loro domande. Ovviamente è fondamentale la conoscenza pratica, concreta delle persone a me affidate, e ovviamente è importante capire questo "conoscere" gli altri nel senso biblico: non c'è una vera conoscenza senza amore, senza un rapporto interiore, senza una profonda accettazione dell'altro. Il pastore non può accontentarsi di sapere i nomi e le date. Il suo conoscere le pecore deve essere sempre anche un conoscere con il cuore. Questo però è realizzabile in fondo soltanto se il Signore ha aperto il nostro cuore; se il nostro conoscere non lega le persone al nostro piccolo io privato, al nostro proprio piccolo cuore, ma invece fa sentire loro il cuore di Gesù, il cuore del Signore. Deve essere un conoscere col cuore di Gesù e orientato verso di Lui, un conoscere che non lega l'uomo a me, ma lo guida verso Gesù rendendolo così libero e aperto. E così anche noi tra uomini diveniamo vicini. Affinché questo modo di conoscere con il cuore di Gesù, di non legare a me ma di legare al cuore di Gesù e di creare così vera comunità, che questo ci sia donato, vogliamo sempre di nuovo pregare il Signore”.
Nell’affermazione di Gesù: 14Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me” vi è un ulteriore aspetto che vorrei riprendere. Gesù dice che “conosce le sue pecore”, vi è con loro una relazione di appartenenza e di possesso. Le pecore appartengono a Gesù, sono sue, e per questo egli le possiede.
Questo rapporto di appartenenza e di possesso però è reciproco. Già nell’antico testamento più volte era stato ricordato: Ez 36,27-28 (Leggete poi tutto il brano Ez 36,22-38)
22Perciò annuncia alla casa d'Israele: Così dice il Signore Dio: Io agisco non per riguardo a voi, casa d'Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete profanato fra le nazioni presso le quali siete giunti. 23Santificherò il mio nome grande, profanato fra le nazioni, profanato da voi in mezzo a loro. Allora le nazioni sapranno che io sono il Signore - oracolo del Signore Dio -, quando mostrerò la mia santità in voi davanti ai loro occhi.
24Vi prenderò dalle nazioni, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo. 25Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre impurità e da tutti i vostri idoli, 26vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. 27Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo le mie leggi e vi farò osservare e mettere in pratica le mie norme. 28Abiterete nella terra che io diedi ai vostri padri; voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio. 29Vi libererò da tutte le vostre impurità: chiamerò il grano e lo moltiplicherò e non vi manderò più la carestia. 30Moltiplicherò i frutti degli alberi e il prodotto dei campi, perché non soffriate più la vergogna della fame fra le nazioni. 31Vi ricorderete della vostra cattiva condotta e delle vostre azioni che non erano buone e proverete disgusto di voi stessi per le vostre iniquità e i vostri abomini. 32Non per riguardo a voi io agisco - oracolo del Signore Dio -, sappiatelo bene. Vergognatevi e arrossite della vostra condotta, o casa d'Israele.
33Così dice il Signore Dio: Quando vi avrò purificati da tutte le vostre iniquità, vi farò riabitare le vostre città e le vostre rovine saranno ricostruite. 34Quella terra desolata, che agli occhi di ogni viandante appariva un deserto, sarà di nuovo coltivata 35e si dirà: "La terra, che era desolata, è diventata ora come il giardino dell'Eden, le città rovinate, desolate e sconvolte, ora sono fortificate e abitate". 36Le nazioni che saranno rimaste attorno a voi sapranno che io, il Signore, ho ricostruito ciò che era distrutto e coltivato di nuovo la terra che era un deserto. Io, il Signore, l'ho detto e lo farò.
37Così dice il Signore Dio: Lascerò ancora che la casa d'Israele mi supplichi e le concederò questo: moltiplicherò gli uomini come greggi, 38come greggi consacrate, come un gregge di Gerusalemme nelle sue solennità. Allora le città rovinate saranno ripiene di greggi di uomini e sapranno che io sono il Signore".
Questo rapporto di appartenenza si fonda sull’alleanza che il Signore aveva sancito con il suo popolo. La parola ebraica che definisce l’alleanza è la parola berit. Essa però indica che sì vi è stato un patto fra le due parti, sigillato con un rito (es. aspersione col sangue), ma in realtà questo patto obbliga solo una parte al rispetto dell’accordo. Cioè Dio ha fatto un patto di alleanza con il suo popolo che ha dichiarato di volergli essere fedele, ma in realtà solo Dio è “obbligato” a rimanere fedele alla promessa fatta insieme.
In Ger 7 ritroviamo la realizzazione di quanto vi ho detto: 21Dice il Signore degli eserciti, Dio d'Israele: 24 essi non ascoltarono né prestarono orecchio alla mia parola; anzi, procedettero ostinatamente secondo il loro cuore malvagio e, invece di rivolgersi verso di me, mi hanno voltato le spalle. 25Da quando i vostri padri sono usciti dall'Egitto fino ad oggi, io vi ho inviato con assidua premura tutti i miei servi, i profeti; 26ma non mi hanno ascoltato né prestato orecchio, anzi hanno reso dura la loro cervìce, divenendo peggiori dei loro padri. 27Dirai loro tutte queste cose, ma non ti ascolteranno; li chiamerai, ma non ti risponderanno. 28Allora dirai loro: Questa è la nazione che non ascolta la voce del Signore, suo Dio, né accetta la correzione. La fedeltà è sparita, è stata bandita dalla loro bocca.
In molti brani Dio esprime la sua ira verso il popolo infedele, medita vendette e piani di distruzione, ma poi alla fine desiste, perché questo è contro la sua natura, perché questo non era compreso nel patto che aveva fatto con il suo popolo.
Mi torna alla mente anche Dt 4,7 dove Mosè sottolinea l’unicità del rapporto tra il Signore e il suo popolo, un rapporto fatto di vicinanza, cura e ascolto: “Infatti qual grande nazione ha la divinità così vicina a sé, come il Signore nostro Dio è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo?"
Nel contesto di questa meditazione vorrei condividere con voi alcune brevi riflessioni sul senso della carità cristiana, su cosa essa oggi possa significare e come la si possa esercitare.
L’annuncio di Dio che è amore e che si prende cura di tutti gli uomini, l’annuncio di Gesù che “passò sanando e beneficando tutti” porta in sé la necessità di assumere una forma concreta che lo manifesti. Questa forma non può che essere la carità. Essa rende visibile nelle azioni di vicinanza, cura e misericordia il volto di Dio.
Oggi la carità ha abbandonato la modalità dell’elemosina che teneva distinto colui che è povero da colui che dona. Oggi la carità ha la forma della relazione, della solidarietà e del camminare insieme. Questa modalità è molto più impegnativa. Infatti, non si tratta principalmente ed esclusivamente di fare qualcosa di pratico per il povero, ma soprattutto di entrare in relazione con lui, consapevoli che non sappiamo dove ci porterà tutto questo, perché ci chiederà qualcosa che non vorremmo. Vivere un’amicizia con il povero significa entrare in comunione con lui e diventare vulnerabili, significa perdere la propria libertà per acquistare una nuova libertà, quella dell’amore.
Vivendo l’amicizia con il povero, scopriamo progressivamente la nostra povertà, cioè quel mondo di angoscia che abbiamo dentro di noi, la nostra durezza, la nostra capacità di fare anche del male, la nostra capacità di usare l’altro, di manipolarlo per il nostro tornaconto, fosse solo anche per sentirsi utile e generoso. Il povero chiama al cambiamento, a una trasformazione, a una conversione radicale, e tutto questo ci fa molto bene, perché ci rende più umani e quindi più capaci di carità.
L’umanità continua ad essere segnata dalla solitudine angosciante, dal dubbio lancinante di non essere capace di amare, o peggio ancora di non essere amata. Questo rende insicuri, pone in uno stato permanente di rivendicazione angosciata che fa gridare anche violentemente il proprio disagio e ribellione. Ci si confronta con gli altri e si soffre: pretendiamo di essere amati, perché non siamo sicuri di meritarlo e di averne diritto, perché la solitudine è insopportabile. Questo dolore insopportabile chiede di essere curato, e lo può essere solo se incontra persone capaci di vera accoglienza, braccia capaci di tenerezza solidale con la fragilità e la vulnerabilità del fratello. Questo è uno di quei dolori a cui solo il Signore può dare una risposta, attraverso di noi. La sua più grande medicina è la grazia, cioè l’esperienza del dono al di là di ogni merito.
Il dare forma all’annuncio attraverso la carità è sovente il frutto di una presenza che non ha opere né fa proselitismo, ma semplicemente si fa vicinanza e amicizia con tanti piccoli gesti quotidiani di amore e carità in mezzo al popolo in cui vive.
Una Chiesa capace di guarire le persone è una Chiesa che si lascia guarire dal Signore e che ha sperimentato il dono del suo amore e della sua pace che guarisce le angosce più grandi e le solitudini più disperate. Solo facendo noi stessi questa esperienza saremo in grado di dire agli altri che c’è questa possibilità.
In sintesi: la forma che rende visibile il Dio amore, non può che essere il suo stesso amore!
[1] Olivier Clement, Il potere crocifisso, Qiqajon, Magnano 1999.
