Natale: tra sguardi e attese.
Il Natale ci introduce in una trama di sguardi e di attese, che attraversano i Vangeli dell’infanzia di Luca e Matteo e rivelano il modo in cui Dio entra nella storia. In questi racconti non troviamo gesti clamorosi, ma sguardi che imparano a vedere e attese che diventano spazio di incontro con Dio. La Parola cresce, infatti, con chi la legge e si lascia guardare da essa.
Lo sguardo: vedere l’altro e rivelare se stessi
Lo sguardo non è solo ciò che ci permette di vedere gli altri, ma è anche ciò che rivela il nostro volto interiore. Il modo in cui guardiamo racconta chi siamo, cosa abita il nostro cuore, come ci poniamo davanti alla realtà. Per questo il Natale ci educa a uno sguardo nuovo, trasformato dall’incontro con Dio.
Lo sguardo di Dio
Nei racconti dell’infanzia di Gesù lo sguardo di Dio è spesso sotteso, ma profondamente presente. È uno sguardo che si posa sull’umile e sull’ordinario: una giovane donna di Nazaret, un falegname, pastori ai margini della società. Dio non è attratto dall’eclatante, ma volge lo sguardo su ogni uomo, su ciascuno di noi.
Questo sguardo è amorevole e misericordioso e diventa per noi criterio di vita: insegna a guardare l’altro senza tener conto di ruoli, prestigio o grandezza sociale. Dio non guarda solo il cuore, come spesso si dice: va oltre il cuore, oltre ciò che siamo e sentiamo, oltre i nostri limiti e le nostre fragilità. Egli guarda ciò che possiamo diventare con Lui.
Lo sguardo di Dio si posa sulla nostra quotidianità: Zaccaria è nel tempio, Maria è nella sua casa. È lì che Dio entra, nell’ordinarietà della vita.
Lo sguardo di Maria e di Giuseppe
Maria e Giuseppe ci consegnano uno sguardo turbato ma credente. Maria conosce la promessa del Salvatore, ma non può immaginare che essa la coinvolgerà così profondamente. Il suo sguardo è quello di chi, pur non comprendendo tutto, interroga la realtà con la fede.
Anche Giuseppe vive uno sguardo inquieto, ma capace di conversione. Il suo “mentre pensava a queste cose” rivela uno sguardo che non giudica in fretta, ma discute con Dio ciò che non comprende. Il sogno diventa il luogo in cui Dio trasforma il suo sguardo.
Il Natale ci invita a passare dal “vedo e giudico” al “vedo e ascolto”, a chiederci: Come vuole Dio che io affronti questa realtà? È l’invito a guardare la nostra storia con Dio, lasciandoci convertire nel modo di leggere ciò che viviamo.
Lo sguardo dei pastori
I pastori ci insegnano che la fede non nasce da noi, ma da una chiamata che ci raggiunge. Il loro sguardo è quello di chi vede con occhi nuovi e non trattiene per sé ciò che ha incontrato. Diventa annuncio, condivisione, lode.
Lo sguardo credente riconosce il Bene e sente il bisogno di dirlo. Il Natale ci educa a trasformare lo sguardo in testimonianza, perché ciò che viene da Dio non può restare chiuso nel cuore.
Lo sguardo dei Magi
I Magi rappresentano uno sguardo che scruta i segni della storia. Sanno leggere ciò che accade e andare oltre l’apparenza. Dio parla attraverso la quotidianità, attraverso persone e avvenimenti: non solo nella preghiera, ma nella vita concreta.
Il loro è uno sguardo insieme intellettuale e spirituale, capace di riconoscere che il mondo è abitato dal divino. In quel Bambino essi riconoscono Dio, si inginocchiano e adorano. Il Natale ci invita a chiederci: Che cosa mi sta dicendo Dio in ciò che mi capita?
Il Natale come tempo dell’attesa
L’Avvento è il tempo dell’attesa, ma spesso abbiamo disimparato ad attendere. I protagonisti del Natale, invece, ci mostrano che l’attesa può diventare luogo di fecondità.
Zaccaria ed Elisabetta vivono l’attesa nella sterilità, che si trasforma in vita nuova. Non tutte le sterilità diventano fertilità, ma tutte possono diventare fecondità, se l’attesa è vissuta bene. L’attesa purifica i desideri, insegna la fiducia, educa ad accettare i limiti e a riconoscere che non tutto è sotto il nostro controllo.
Simeone e Anna ci insegnano la perseveranza nell’attesa, la capacità di riconoscere i piccoli segni di Dio nel tempo lungo della vita.
Esiste anche un’attesa bloccata dalla paura di sbagliare. Il Natale ci ricorda che l’errore può diventare apprendimento e che attendere significa anche esporsi al rischio di vivere. L’attesa fa crescere il desiderio, apre alla relazione, perché è sempre attesa di qualcosa che ha valore.
Uno stile di vita natalizio
Dai Vangeli dell’infanzia emerge un cammino concreto:
- Zaccaria ci insegna il valore del silenzio interiore, necessario per comprendere.
- Giuseppe ci insegna che non tutto si capisce, ma tutto può essere vissuto nell’amore.
- Simeone ci insegna ad attendere nel tempo e a riconoscere i segni discreti di Dio.
L’attesa va riempita dando valore al presente, anche quando non coincide con ciò che avevamo immaginato. Va riempita di passi realistici, di progettualità possibile, di fiducia. Soprattutto, va riempita dell’altro e dell’Altro.
Così il Natale diventa una scuola di sguardo e di attesa, in cui impariamo a lasciarci guardare da Dio e ad attendere con Lui.
DOMANDE PROVOCAZIONI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE
Prenditi del tempo e analizza i tuoi sguardi, fai un esame di coscienza dell'ultimo periodo, focalizzati sugli ultimi giorni , scegli tu quali , ma fai questo esercizio scegliendo proprio di analizzare da un giorno ben preciso ad oggi.
Rifletti:
Come è stato il tuo sguardo? Cosa ha prodotto il tuo sguardo? ( giudizio, compiacenza, piacere, ammirazione?) Su cosa ti sei concentrato e perché? Cosa cerchi: difetti ?pregi?
Prova a cercare, in ciò che guardi (persone, relazioni, situazioni , segni della presenza di Dio. Insomma, in ciò che guardi, chiediti cosa ti vuole direDio e scoprirai che in tutto quello che guardi Dio ti chiede qualcosa, ti insegna qualcosa, Dio ti parla.
Cosa fai quando non c'è niente da fare? (Quando c'è una coda da fare, un'attesa dal medico, prima di prendere sonno? Cosa accade quando desideri una cosa che non ottieni subito o non ottieni? Cosa provi? Come gestisci prima la paura che non si avveri un desiderio e poi la frustrazione perché non si è avverato? Come gestisci emotivamente i tuoi fallimenti … i tuoi errori?
(appunti tratti dalla predicazione di don Antonio Mancuso, presbitero della diocesi di Palermo)


